alessandro 的个人资料L'antro Oscuro della Bel...照片日志列表更多 工具 帮助

日志


Non più

Piccola malinconia. Voglia di uscire dalla spirale di un passato ormai lontano. Protozoi in accumulo di bile esofaga priva di restia passione. Voglia di essere qualcun altro, in un’ altra epoca medievale. Nessuna capacità di essere al di sopra di emozioni contrastanti. Una luce sopra di me veglia, ma io immancabilmente la spengo. Tristemente mi trascino, impotente mi redimo dei miei peccati passati, senza poter riuscire a scavalcare sogni inetti. Profonda colpa, ingiustificata. Sono esente da I.V.A. ma nessuno può togliermi la paura del ritorno. La mia prima vittima sacrificale alberga nelle mie vene. Devo riuscire ad espellere il cancro che infetta il mio corpo, ma sembra che lo voglia trattenere a tutti i costi. Perché ogni cosa ha un costo. Io stesso valgo qualcosa, perché in fondo ognuno di noi ha un prezzo. La valuta è l’amore. Il sentirsi in pace dei sensi, ma privi di fondamento. Struzzi diafani che corrono su campi elisi, mi rimembrano il suo sapore. Il suo caldo nettare che mi pervadeva dritto nel mio nucleo agonizzante. Tre secoli sono passati. Ho abbracciato le tenebre da ormai troppo tempo. La noia fa ormai parte della mia vita senziente, e non ho possibilità di morire per mano mia, né di nessun’altro. La belva è troppo potente, e nessun nemico è per me una minaccia. Non riesco ad andare avanti, piango nel mio loculo disperso nel cimitero che è mia dimora diurna. Ma l’odio mi tiene in vita. Mio padre non posso trovarlo, o forse una piccola parte di me non vuole dover ucciderlo. Astioso girovago per le vie deserte, uccidendo non più per bisogno, ma per sollazzo. Ma ormai anche la caccia è per me una cosa sorpassata. Nessuna emozione adrenalinica attanaglia più il mio corpo. Mi sento morto ormai, anche se ad essere pignoli lo sono già da secoli. La vita? Inspiegabile srotolarsi di insetti fradici di pungiglioni avvelenati, continuo attaccamento ad un ciclo di dolore e noia di un pendolo senza fine. Non riesco a divertirmi. Non più.

Imperatore

Angosciato dalla morte iniqua della mia anima, ma allo stesso tempo affascinato dai rostri che albergano nella vallata della morte. Soavi note si susseguono inspiegabilmente nel piccolo e frigido tripudio di carni, tappeti di sesso ornati da voci straziate dal piacevole entrare e uscire di membri turgidi, colti nel pieno delle loro forze. Sono un piccolo e demenziale essere che vaga sperduto in un abisso inutile di iniquità burocratiche, trangugiando un liquido che non mi appartiene, travasando piccole doti di mogli incestuose dirompenti nel lasso di tempo di qui all’eterno. Sono semplicemente il servo di Dio onnipotente, ma di fazione avversa al versante meridionale del monte Sinai. Rare volte rifletto sulla mia lunga vita di mendicante fallito, baratto organi transgenici costipati fino all’osso di eroina meridionale turca. Una flebile luce di candela mi avvisa della mia piccola esistenza, saldo inequivocabile del mio triste libro di demenza intellettuale. Bramosia, polivalenza, matematica quantistica applicata nel mio cervello. E=mc2 non ha senso. Come può l’energia provvedere alla massificazione della luce? Eretico mi chiamano, ignorante mi classificano. Io sono onnisciente. E nessuno può fermare il mio avanzare. La piccola luce mi inonda profondamente interiorizzando un anfibio ormai in decomposizione, che piccolo e insulso si frastaglia nelle proprie magagne giornaliere. Sono privo, privato (comunismo), previdente. Vedo attorno a me le masse informi di carne emancipata, lembi cadenti da braccia troppo corte, liane dai denti marciti, provvigioni gratificanti troppo lontane. La sue silouette impera su altre, programmi ideologici traviati dal suo tesoro scomparso, limitati da traverse decriptate profondamente ferite da insulti improbi e tristemente carontei. La barca attraversa il fiume, anime dannate in travaglio, pompa sangue infetto attraverso le mie vene, grandemente rivoltate da fradici stracci saturi di urina. Senza senso il sesso sovrasta il sole sapiente. Silenzio. Devi fare silenzio. Questo è il bene. Io incarno il male. Ucciderò ancora. Arreco morte per vivere. Ti amo o piccola morte. Per sempre sarò l’imperatore del nulla, con pinguini traditi da inutili orologi, pomposi del loro essere vigenti. Rimango basito.

Il mio pasto deve morire

Nel corso di millenni oscuri le piccole macchine sorvolano il cielo di piccoli esseri senzienti comunemente detti merda. La sostanza anfibia ormai in fattispecie più breve del mondo. Nessuno ha la pignoleria di lasciare allibiti i detti troncati del cordoglio della luce solare, in cui piccoli passeri senza ali volano disperati in cerca di fottuto mangime. Froci si annidano attorno a fuochi fatui di dubbia provenienza alimentando la mia inutile razzia di gelidoscopi attagliati al mio cuore impuro. La notte è la mia piccola culla inondata di veli ignifughi che mi ostacolano la fuga senziente, crogiolandosi nel loro piccolo cuore privo di fondamento medesimo e alcuno. Nessuno comprende le mie urla da tetti coperti di fuliggine bianca, in attesa di qualche piccola preda sradicata dalle sue voglie di donna ninfomane. Potrei diventare il re della soglia aperta, del piccolo frastagliamento di insolite visioni raccordate da grigi ed intensi passeri svolazzanti sulle cime di cipressi caduchi e anziani. Nullità sotto il mio viso inquisitorio si radunano per essere soggiogati dal mio eterno sollazzo. Bere la linfa vitale sulla quale poggia indiscreta la recidiva situazione di vitalità, cancro umano ignobile e avvilente. Giro in cerchi infernali, crepando di inedia, ma riempito delle boriose promesse di colui che brucia il proprio regno rendendolo più forte ed eterno. Lui è mio padre, lui è la via di noi esseri immortali, lui la linfa che scorre in me. Prendo in prestito la loro piccola entità gravosa di giacigli incommensurabili. Non voglio altro che la nullità. Mi sento privato del mio fraudolento essere avvizzito, calunniato dalle mille orge mentali che da solo nella mia stessa simpatia voglio rinnegare. Ho bisogno di volpi arzille. Voglio criceti privi di spina dorsale che si accascino ai miei piedi, privi di ogni dignità, imploranti del mio perdono. Senza motivo alcuno. Resto seduto ad osservare, ascoltare, mille vite trapanano le mie orecchie, mille promesse attanagliano il mio cuore. Ho sete. Devo bere. Poi la visione. Quella celestiale che mai tu puoi dimenticare, sogni la notte e il giorno, in una simbiosi erotica diluita da passioncelle carnali effimere. Mi alzo. L’occhio fisso su di lei. Volgo il mio docile sguardo all’orizzonte di mille tramonti, senza che una sola nota angosci il mio movimento. L’afferro con forza. Per i capelli cerulei, e vedo il suo viso in metamorfosi. Orrore per quello che vede, fascino per quello che sente e inevitabilità per quello che presto diventerà…cadavere. Il mio cibo deve morire. Lei deve morire. E morirà.

Già...

Perchè mi trovo qui? Qualcuno ha voluto che io vedessi con i miei occhi gli scempi della mia vita? Lascivo, mi trascino da solo verso il mio patibolo di carne, verso la mia contradditorietà rivalsa sui pendii granulei della devianza frigida di castelli in aria di montagna. Lovato, lui è il mio bitorzoluto maniaco che mi ossessiona le notti insonni. La mia beltà lavata da tredici figli abusivi, defunti in religioso silenzio, privi di intelletto e cervicale, ruotano attorno ad immagini di sesso, iracondo e privo di alcuna grandezza. A volte sono solo, a volte in compagnia, a volte non voglio nessuno. Mi sento spento della piccola fiamma che arde dentro di me, un soffio di vento ha reso instabile la mia candela, che si consuma inesorabile. Ma delle mani sono li a tenerla accesa. Magnate di scarpe trans, Kinghy boots. Noia mortale. Inconfondibile ultimatum del mio ego. Compagna. Già...

Tempo

Il tempo passa inesorabile, ma non cede il passo a sollazzi di alcun tipo. Sono incastrato in barriere di petra e tecnologia obsoleta, guardingo su inesplicabili labirinti che si annodano sempre più attorno al mio corpo ormai lacerato da sottili e tenui corde di metallo. Voglio uscire dal nido, affrontare ad visum la stoltezza di negativi, fotografati per la loro debolezza. Paura. Questo il mio pane quotidiano; io lavoro per lei, e lei mi ricambia dei suoi favori più reconditi. Inabissandomi mi rendo conto di non avere un appiglio, mi sento inutile e impotente davanti a certe note solitarie che aleggiano nell'aria viziata di pino silvestre. Sono qui a scrivere su dei tasti neri, partecipi del mio io, iracondi del passggio delle mie dita allungate da mille pensieri. Sono tristemente afflitto, ma il peso non è insopportabile. I miei fardelli sono stati peggiori, il mio io è già stato fin troppo levigato per non lasciar scivolare via questo piccolo carico, ornato di fredda viltà e spensierata uggiosità. Sei tu la mia anima lasciva, tu la piccola felicità del minuscolo paese del mio cuore. Logorrea incofrontabile, dettami dell'anima, spirali Hegeliane che sintetizzano la tesi della mia vita. Ormai più nulla. Il tempo è infinito.....e anche io.

Soldi...

Tutto ciò che vogliono da me, che pretendono. Vile denaro. Piccoli hobbit corrotti da carta moneta ormai obsoleta ma così di moda. Lievi ti attraversano il midollo spinale e ti lasciano basito delle loro piccole bave di lava che ti bruciano la pelle, senza possibilità di alcun piccolo controllo fradicio di pane azzimo. Piccolo. Sono Piccolo. Ma l'odio è grande per coloro che come un pezzente richiedono debiti senza ritegno alcuno e ti privano della tua flebile e ignobile dignità. Sono un uomo, nulla più. Questo è vero, ma nessuno può calpestare il mio ego in tal guisa. Sono anche Ernesto, un Assassino. Uccido. La mia arma sono le parole, tanto innocue con chi amo, tanto irrisorie per le persone inutili, ma micidiali per coloro che nuocciono al mio animo. Tutto ruota attorno ad un misero sistema solare da pochi spiccioli. Per me sono troppi. Tutta questa fretta solo per dei presenti? Dolce meretrice, brucia tra le fiamme di coloro che ti impalano con il loro fascino.

Nessun Rimorso

Piccola mia dolce metà, ti prego ascolta i gabbiani che urlano il loro amore nell'aria, gli orsetti lavatori che si distinguono nel mare di melma abissale deturpata dalla bontà della chiese sanscrita, senza fare appello a Maometto di Allah, Kamikaze. Stufo della piccola borghesia (declama la pace!!!) L'eterna solitudine di questi monti allibiti dal fascino di nuvole grigie, piccoli capelli che decadono sul cuscino bagnato da lacrime di gioco collettivo. Stanco di questa vita, ma non voglioso di morire. Ho scelto la vita. Purtroppo la mia voce si sparge dinnanzi a vele nere che di rado si confondono nell'epoca riluttante dei giganti equestri, Poseidoni di immolarità, riciclai di cartapesta ormai in fiamme, che bruciano la lealtà che in poche righe io riesco ad esprimere...In fondo non posso lamentarmi...per questo io posso dire, schierandomi con Keats, che io non abbia alcun rimorso.  

Perchè?????

Dolci piccole gocce di rugiada sul cuore piangente di feti latranti. Nessuno può capire il piccolo pensiero di donzelle innamoratre, ma non pronte per dare il via libera a quei piccoli esserini dotati di proprietà senzienti. Non si vuole affacciare il volto scarno e insanguinato in un mondo privato di possibilità. Passerotti che cinguettano, corse affannate in campi elisi, dolci parole sussurrate alle orecchie nanesche, si rivoltano in odio e discriminazione, in droga e avvenente suicidio. Perchè?